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Regime retributivo e contributivo: due sistemi diversamente insostenibili

Secondo l’opinione comune il sistema pensionistico contributivo, introdotto nel 1995 dalla riforma Dini, è più sostenibile rispetto a quello retributivo.

Nulla da eccepire in merito, a maggior ragione se il sistema retributivo è stato eccessivamente generoso con i tassi di sostituzione come è avvenuto in Italia. Al di là del regime di calcolo utilizzato, un sistema pensionistico a ripartizione è destinato ad andare in crisi se diminuisce il numero di contribuenti atti e nello stesso tempo aumenta quello dei pensionati per l’allungamento della speranza di vita media. Questo è quello che sta accadendo con l’avvicinarsi di “tempi grami” per il futuro pensionistico delle giovani generazioni.

E’ assolutamente superfluo promuovere la previdenza complementare che, al contrario della previdenza pubblica è a capitalizzazione: i contributi versato alimentano la posizione individuale del lavoratore dal cui montante, alla maturazione dei requisiti pensionistici, dipende la prestazione da liquidare.

Quando si sente parlare che nel regime di calcolo contributivo l’importo dell’assegno dipenderà dai contributi versati si sente dire solo una mezza e pericolosa verità, perché i contributi versati vengono sempre immediatamente utilizzati per pagare le prestazioni dei pensionati. Anche nel regime contributivo si tratta sempre, quindi, di un atto di fiducia nel fatto che in futuro ci saranno abbastanza contributi per pagare la pensione maturata.

Probabilmente dovranno intervenire nuove modifiche che ridurranno ancor di più i tassi di sostituzione, di qui la necessità di sostenere la previdenza complementare. C’è però un problema, che le disponibilità finanziarie degli individui non sono infinite. In molti casi la contribuzione versata ad un fondo pensione non può essere di importo sufficiente a colmare il GAP previdenziale, ma questo non viene detto apertamente.

In sostanza si applaude al sistema contributivo, seppur sempre a ripartizione, pur sapendo che resta sempre insostenibile a lungo termine.

Per non mettere mano ai “diritti acquisiti”, i lavoratori versano oggi contributi per mantenere pensioni di persone che non hanno adeguatamente contribuito.

Ma ipotizzare di “toccare” quelle pensioni è politicamente un suicidio, quindi si preferisce scaricare l’onere sui contribuenti di domani che oggi non votano o se votano sono tenuti all’oscuro di quanto si prospetta per il loro futuro.

In definitiva, il sistema a ripartizione è finanziariamente insostenibile, quello a capitalizzazione è politicamente insostenibile. Non è difficile comprendere perchè si continui a puntare sul primo, invitando i giovani a farsi una pensione di scorta ……. quelli che possono.

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